Che cos'è il Digital Networks Act
Il 21 gennaio 2026 la Commissione Europea ha presentato la proposta di regolamento denominata Digital Networks Act (DNA), un testo destinato a diventare il nuovo pilastro normativo del mercato unico delle telecomunicazioni in Europa. Dopo anni di dibattito alimentati dai rapporti Draghi e Letta, che avevano messo nero su bianco la frammentazione del settore in 27 mercati nazionali distinti, Bruxelles ha scelto di agire con uno strumento direttamente applicabile — un regolamento, non una direttiva — per ridurre al minimo le divergenze di recepimento tra gli Stati membri.
Il DNA nasce per sostituire integralmente il Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche (EECC) del 2018, incorporando al contempo il Regolamento BEREC, il Programma per la Politica dello Spettro Radio e parti del Regolamento sull'Internet Aperto e della Direttiva ePrivacy. L'obiettivo dichiarato è costruire un quadro normativo moderno e semplificato che incentivi la transizione dalle reti legacy alla fibra, al 5G, al 6G e alle infrastrutture cloud, favorendo al contempo la crescita di operatori capaci di operare su scala europea.
I punti chiave del DNA in sintesi
• Passaporto unico europeo per gli operatori (Single Passport)
• Switch-off del rame obbligatorio entro il 31 dicembre 2035
• Licenze spettro radio senza scadenza (durata indeterminata)
• Autorizzazione satellitare unica a livello UE
• Nuovo ufficio europeo ODN con sede a Riga
• Governance centralizzata con BEREC potenziato
• Neutralità della rete confermata
• Big Tech: cooperazione volontaria, nessun obbligo diretto
1. Il Passaporto Unico Europeo: la svolta per gli operatori
Uno dei punti più innovativi del DNA è l'introduzione del cosiddetto Single Passport (Art. 10-12). Con questo meccanismo, un operatore che ha ricevuto l'autorizzazione in uno Stato membro potrà operare in tutti gli altri semplicemente notificando la propria intenzione alle autorità nazionali competenti. La notifica dovrà avvenire tramite procedure standardizzate, con modelli comuni forniti da BEREC, e potrà essere presentata in qualsiasi lingua ufficiale dell'UE o almeno in inglese, tramite portali online.
Questo cambio di paradigma è particolarmente rilevante per il mercato italiano, che conta ancora una pluralità di operatori di medie dimensioni. La possibilità di espandersi in Europa senza dover affrontare 26 diverse procedure autorizzative nazionali potrebbe incentivare fusioni, acquisizioni e alleanze transfrontaliere.
Nota: Gli operatori rimarranno soggetti all'enforcement nazionale in ciascuno Stato in cui operano. Il passaporto unico semplifica l'accesso al mercato, ma non elimina le regole locali.
2. Addio al rame entro il 2035: il piano di transizione
Forse la misura più attesa e concretamente impattante per l'Italia è l'obbligo di switch-off delle reti in rame entro il 31 dicembre 2035 (Art. 54). L'obiettivo originario del 2030, ritenuto troppo ambizioso per i Paesi ancora in ritardo nello sviluppo infrastrutturale, è stato spostato di cinque anni per garantire una transizione graduale e sostenibile.
Il calendario previsto dal regolamento è preciso: entro il 31 maggio 2028, le autorità nazionali di regolamentazione (in Italia, AGCOM) dovranno pubblicare la lista delle 'Copper Switch-off Areas' (CSO); entro il 31 ottobre 2029, gli Stati membri dovranno adottare un piano nazionale di transizione alla fibra; entro il 30 giugno 2029, AGCOM dovrà identificare le aree in cui le condizioni di sostenibilità sono soddisfatte per procedere con la dismissione.
Per l'Italia, questo processo è già in parte avviato. Secondo i dati più recenti, la copertura FTTH (fibra fino a casa) raggiunge il 77-78% delle famiglie italiane, pari a circa 18,4 milioni di nuclei familiari, in linea con la media europea. Tuttavia, il tasso di adozione rimane molto basso: solo il 27,5% delle famiglie raggiungibili ha effettivamente attivato un abbonamento in fibra, contro una media europea del 54,5%. Convincere gli italiani a fare il salto dal rame alla fibra è la vera sfida.
Impatto economico: Secondo uno studio Deloitte, la sostituzione totale del rame con la fibra ottica genererebbe un contributo annuo di oltre 29 miliardi di euro al PIL italiano e circa 209.600 nuovi posti di lavoro. La transizione produrrebbe anche una riduzione degli consumi energetici dell'86%, equivalente alle emissioni di circa 80.000 veicoli l'anno.
Open Fiber, che ha investito circa 11 miliardi di euro per costruire una rete in fibra ottica di oltre 163.000 km, ha accolto positivamente il DNA. Francesco Rotunno, Head of EU Affairs di Open Fiber, ha sottolineato come lo switch-off del rame, una volta attuato nelle aree già coperte da FTTH, aumenti la certezza sul ritorno degli investimenti e liberi risorse per estendere ulteriormente la rete.
3. Spettro radio: licenze senza scadenza e governance EU
Il DNA introduce una riforma profonda della gestione dello spettro radio. La misura più discussa è la possibilità di assegnare licenze per l'uso dello spettro armonizzato (quello usato per il 5G e le reti wireless) con durata indeterminata o comunque fortemente estesa. Questa proposta, accolta con favore dagli operatori telecom, mira a garantire una maggiore certezza degli investimenti nel lungo periodo, eliminando il rischio che le licenze non vengano rinnovate dopo ogni ciclo d'asta.
Il regolamento introduce anche una procedura vincolante denominata 'Union radio spectrum single market procedure' (Art. 31): le misure nazionali rilevanti sullo spettro armonizzato dovranno essere notificate alla Commissione, a BEREC e al nuovo Radio Spectrum Policy Body (RSPB). Se emergono seri dubbi di compatibilità con il diritto UE, la Commissione potrà formulare riserve motivate o adottare decisioni giuridicamente vincolanti.
Per l'Italia, questo significa che AGCOM e il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) vedranno ridursi la loro discrezionalità nelle procedure di assegnazione e rinnovo dello spettro. Gli analisti segnalano che il DNA potrebbe incidere anche sui rinnovi delle licenze 5G in Italia, favorendo condizioni più lunghe in cambio di impegni di investimento nel 5G standalone — tecnologia ancora assente nel Paese.
4. Il 5G italiano: un cantiere ancora aperto
Secondo i dati Infratel Italia aggiornati a gennaio 2025, nessun operatore italiano (TIM, Vodafone, WindTre, Iliad, Fastweb) ha dichiarato copertura con 5G standalone (SA) né l'intenzione di farlo nel 2026, ad eccezione di WindTre, che ha annunciato un servizio 5G SA dedicato al solo segmento business. L'Italia utilizza ancora quasi esclusivamente tecnologia 5G non-standalone (NSA), che si appoggia all'infrastruttura 4G esistente.
Il DNA intende accelerare questa transizione, valorizzando accordi di condivisione delle reti (RAN sharing) come quello siglato da Fastweb/Vodafone e TIM, o la joint venture Zefiro Net tra WindTre e Iliad. In un Paese dove i costi delle aste spettro sono stati progettati per massimizzare le entrate dello Stato — con effetti negativi sugli investimenti infrastrutturali — il nuovo quadro europeo potrebbe riequilibrare le priorità, vincolando i diritti d'uso dello spettro a impegni concreti di copertura e qualità del servizio.
5. Satelliti, 6G e infrastrutture del futuro
Il DNA istituisce un'autorizzazione satellitare unica a livello europeo, particolarmente rilevante nell'era dei sistemi di connettività diretta da satellite (direct-to-device), come quelli di SpaceX Starlink o Amazon Kuiper. Gli operatori satellitari potranno coprire l'intera UE con un'unica licenza, senza passare per 27 procedure nazionali. La Commissione sarà responsabile del monitoraggio e dell'enforcement di tali autorizzazioni.
Sul 6G, il DNA getta le basi normative per la prossima generazione di reti mobili, pur senza fissare obblighi immediati. Il regolamento fa esplicito riferimento all'obiettivo di costruire un ecosistema europeo competitivo per lo sviluppo di infrastrutture 6G, con un'attenzione particolare alla sovranità tecnologica e alla sicurezza della supply chain.
6. Big Tech e neutralità della rete: le battaglie non vinte
Una delle controversie più accese nel dibattito che ha preceduto il DNA riguardava il cosiddetto 'fair share': l'ipotesi che i grandi provider di contenuti digitali (Google, Netflix, Meta, ecc.) contribuissero economicamente al finanziamento delle reti che utilizzano intensivamente. La Commissione ha scelto una strada diversa: nessun obbligo, ma un meccanismo volontario di cooperazione moderato da BEREC, in cui le piattaforme più grandi possono — non devono — partecipare a discussioni su efficienza del traffico, resilienza della rete e interconnessione IP.
Sul fronte della neutralità della rete, il DNA recepisce e consolida i principi del Regolamento Internet Aperto (Open Internet Regulation), confermando che tutti i pacchetti di dati devono essere trattati in modo non discriminatorio. Introdotto anche un meccanismo per chiarire le regole di net neutrality per servizi innovativi, che potrà essere usato per definire eventuali eccezioni motivate.
7. Governance: il nuovo Office for Digital Networks e BEREC
Il DNA ridisegna la governance europea del settore. Viene istituito il nuovo Office for Digital Networks (ODN), che avrà sede a Riga, in Lettonia, e sostituirà il BEREC Office. L'ODN supporterà BEREC e il nuovo Radio Spectrum Policy Body (RSPB) — che prende il posto del Radio Spectrum Policy Group — coordinando le politiche dello spettro a livello europeo, incluse le posizioni nelle sedi internazionali di negoziazione.
BEREC viene rafforzato nel suo ruolo di coordinatore delle autorità nazionali, potendo adottare linee guida vincolanti su diversi aspetti del regolamento. Tra le novità più significative, il DNA introduce un sistema di sanzioni cross-border: in caso di violazioni gravi, le conseguenze potranno interessare il diritto dell'operatore a operare in più Stati membri, non solo in quello in cui è avvenuta l'infrazione.
8. Cosa cambia per gli utenti italiani
Per i cittadini e le imprese italiane, il DNA si tradurrà in cambiamenti concreti in un arco temporale di cinque-dieci anni. Sul fronte della connettività fissa, lo switch-off del rame obbligherà (con il supporto di incentivi e piani di migrazione) a passare a connessioni in fibra ottica, con un salto qualitativo significativo in termini di velocità, latenza e affidabilità.
Sul mobile, la graduale transizione verso il 5G standalone e la preparazione al 6G promettono servizi a bassissima latenza, fondamentali per applicazioni come la telemedicina, l'automazione industriale, i veicoli connessi e i sensori IoT per il monitoraggio del territorio. Sul fronte della protezione, il DNA rafforza le tutele dei consumatori nell'era della connettività, con requisiti di trasparenza, continuità del servizio e protezione da frodi come lo spoofing CLI, il phishing via SMS e il vishing.
Conclusioni: opportunità e sfide per l'Italia
Il Digital Networks Act rappresenta la più ambiziosa riforma del quadro normativo europeo delle telecomunicazioni degli ultimi vent'anni. Per l'Italia, il DNA è tanto un'opportunità quanto una sfida. Da un lato, il Paese dispone di un'infrastruttura FTTH già sviluppata e di un tessuto industriale tlc che ha dato segnali di dinamismo (si pensi alla separazione della rete TIM, alla crescita di Open Fiber, agli accordi di RAN sharing). Dall'altro, il basso tasso di adozione della fibra, il ritardo sul 5G standalone e una cultura regolatoria storicamente frammentata tra AGCOM, MIMIT e presidenza del Consiglio pongono sfide concrete.
La proposta è ora all'esame del Parlamento Europeo e del Consiglio. I negoziati — che potrebbero richiedere uno o due anni — riguarderanno soprattutto il delicato equilibrio tra coordinamento europeo e discrezionalità nazionale sullo spettro, e il trattamento delle grandi piattaforme digitali. L'Italia avrà un ruolo da giocare, e la posta in gioco — decine di miliardi di PIL, centinaia di migliaia di posti di lavoro, la sovranità digitale europea — è altissima.
In breve: switch-off del rame al 2035, passaporto unico europeo per gli operatori, licenze spettro senza scadenza, nessun obbligo per le Big Tech. Per l'Italia, una finestra di opportunità da non sprecare.